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E' passato poco più di un anno. Eppure sembra che i corsi e ricorsi storici mi portino agli stessi eventi.
La realtà è irridente, quasi arrogante.
Sembra un gioco, una competizione, una partita a scacchi.
Mentre mi vedo incapace di giocare. Perchè forse non comprendo le regole, perchè forse manco della capacità del rischio, perchè oggi sono meno composta e meno sobria di allora.
Mi appoggio al non detto per farmi forza e mi sgretolo nei miei stessi gesti.
Sandali neri sul marmo, solo verde chirurgico e sbiadito bianco nella mia memoria.
Ciottolato di ricordi e disordinato proseguire di stagioni stanche che non sembrano arrivare mai.
Un mansueto rendiconto, questo.
Uno schiaffo sulla mia guancia già ferita.
Uno schiaffo. Violento.
Eppure il mio viso non accenna a scivolare verso la terra.
Tengo fisso il mio sguardo.
Alto.
Più alto di quanto non faccia di solito.
E me ne compiaccio. terribilmente.
E' passato un anno ed è ancora un lessico di muta consapevolezza.
consapevolezza di appartenenza, allora. di distacco, oggi.
Mentre le situazioni sembrano le stesse...io sembro irrimediabilmente cambiata.
Sorrido. Ironica, forse.
Pavento la solita sicurezza.
Ma vorrei un abbraccio, ora.
Una carezza.
Qualcuno che mi scompigli i capelli sul capo.
Vorrei sentire qualcuno darmi forza per la forza che sto mettendo in questo atto.
Vorrei riempire questa stretta nello stomaco con una cena apparecchiata per due e Ruchè a fiumi.
Vorrei...ma come bimba incosciente scivolo sul poggiamano stanco di una scala ormai in disuso.
GOAL
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
- Umberto Saba -
Questo mio dire è un elogio alla incompletezza.
Dettaglio. Contenitore e non contenuto.
Al palato mostra tannini compatti e struttura di buon peso.
Alla memoria il più spietato degli ossimori.
Libri carichi di storie e non il tempo per succhiare le dita dopo averne trattenuto gli angoli.
Guardo le foto e forse apprendo di assomigliarmi più di quanto io stessa non creda.
Starnutisco nel polline che mi graffia la retina, annuisco a scelte che non compio, sorrido a viniliche riflessioni.
Recupero un po' della mia costanza senza sentirmi affaticata.
Un capriccio sfrontato.
L'umido che mi si attacca alle vene, alle scarpe, alle unghia.
Vorrei solo sole sulla pelle.
Camminare ancora un po'...
Almeno una volta al mese dovrei concedermi giornate così. Con lo sguardo gravido che annaspa tra pensieri troppo leggeri per rimanere ancorati a terra.
Billy Joel ed il suo Vienna nelle orecchie, mentre alzo lo sguardo che si è inerpicato tra le fughe delle piastrelle.
Penso ad un rientro in auto, due brindisi, la Nastro Azzurro in mano ed il mio Magister Vitae in un bar di periferia, poi a qualche vecchietto maldestro e alticcio con il quale fermarsi a parlare e tornare alla macchina con il naso dentro il cappotto e lo sguardo a scrutarsi.
E poi via a casa che è già troppo buio per dormire.
Colazione con tre saccotini, caffè mai troppo nero e sulla pelle una felpa grigia a protegge dall'aggressiva bellezza del mare oggi, a proteggere dal tenero abbraccio dei miei TomTom e VinoSuperiore che con le loro mani gemelle mi hanno accolto ancora una volta come allora, a protegge dalla salsedine che basta sulle labbra...da succhiare, per adesso.
E poi parlare un po'con Kamilla e pensare ai tragitti su un F10 bianco, ai diari sempre troppo carichi di ragioni, alle telefonate a tempo indeterminato. E poi parlare oggi con lei e pensare alle fedi, al vestito bianco, al ristorante, ai “papabili†per testimoniare al mio fianco in nome di un amore che ho visto nascere, al quale ho visto infrangere gli argini, dal quale ho visto esplodere emozioni e nel quale ho visto implodere precedenti certezze, impegni, mutui.
E parlare mentre scelgo un punto cardinale, un orizzonte, il mio miglior sorriso.
Chiudo gli occhi e penso alla più riuscita foto di Herb Ritts, li riapro e sono ancora lì.
Sono ancora lì quando la consuetudine inizia a piacermi, quando l'ho intrisa di stupore, quando non fa più male.
Sospesa. Indifesa. Ma inscalfibile.
In vita non per insulsa diplomazia. Ma per diletto.
Dopo qualche giorno di nessuna domanda ad incalzare, debutto nel più dolce caos.
Le ore insonni pesano prepotentemente su di me.
Sostituisco una notte alla successiva.
Desideri in conclave, resistenza passiva, esposizione imprudente, anacoluto emozionale o forse solo nostalgia preventiva.
Ed ora ho ricordi di un torneo di calcetto e di un campetto che di sintetico ha conservato solo le emozioni;
ricordi di I'll Take the Rain ascoltata fino alla stanchezza ed al perdono;
ricordi di una TNT verde e di verdi sogni nel diametro di luce dei fari sull'asfalto;
ricordi di piacevoli e sprovvisti incontri all'ingresso di un hotel lustro di fantasiose architetture emozionali;
ricordi di ciò che scorrendo non è mancato di restare.
Complice vino e limoncello, complice un fragoroso temporale primaverile, complice l'odore di caldo del forno...mi vizio nel trasporto di chiacchiere tra amici.
In casa, mentre invoco Persefone ed il calore del sole sulla pella, mentre scopro la meraviglia del tamburellare della pioggia sui resti di un pranzo in balcone solo ieri, io con garbo mi dedico ad esserini meravigliosi che completano la cura della mia cena.
E la sedia di plastica troneggia fuori, a terra, nel buio..ed io canticchio e seguo una musica che ascolto, ma non conosco.
Una inerzia dignitosa e narcotizzante, adesso che sof-fermarsi è esigenza in stato di realizzazione.
Poi guardo fuori e penso che anche da sola il buio non mi ha mai fatto paura.
Penso alla fascinazione, penso alle sfumature della notte, penso che la primavera sta alla pioggia, come il liquore alle torte di vecchi compleanni a poche candeline e poco fiato per spegnerle.
Penso ai miei occhi bassi quando si parla di lacrime sopite ed al mio più riuscito sorriso quando si lascia spazio alle creazioni emotive.
Penso che vorrei una macchina da scrivere per completare questo ritmico e cadenzato scandire le parole.
Perchè le parole ora mi spingono i polpastrelli caldi: ed ho parole di estrema follia, parole di pungente urgenza...quelle stesse che a volte ho portato con me a casa tornando dal Caffè della Conca, quelle che ho carezzato su una Pegeut decapottabile con l'aria che le filtrava, quelle che ho improvvisato su note dei Gotan Project, quelle che ho sussurrato guardando dalla finestra il più bel Lungotevere che esista....
e se mi ubriaco mi viene sete. Ed ho sete di risate, progetti, ricordi.
E se mi ubriaco mi rimprovero per le poche volte in cui mi siedo alla scrivania a scrivere.
Mi rimprovero per aver fatto troppe kazzate nella mia vita, ma anche per averne fatte comunque troppe poche.
Mi rimprovero perchè l''impronta della mia adolescenza non è stata un principio, ma la causa del mio disincantato e cinico sperare ancora.
Mi rimprovero, perchè credo che perdere tempo nei rimproverarmi non sia il mio più riuscito mestiere e che mi riesce meglio il sorridere.
E allora mi do una pacca sulla spalla, con lo stile che hanno solo i grandi amici, sapendo di potermi comunque ancora perdonare. E lo faccio, mentre avvolta nel mio maglione preferito, prendo un altro bicchiere, con gli occhi stanchi ed i pensieri lenti a raccogliere.
E complice il vino ed il limoncello, io un po' me ne disinteresso.
Abbastanza ebbra per lasciare scorrere l'acqua con la gioia di vederglielo fare;
abbastanza sobria per desiderare di vedere l'immagine lunga della mia ombra nel pomeriggio di domani.
Mi lascio sgorgare.
Copiosa.
Come trattenere il fiato e sentirsi sciogliersi le ossa.
Come sentire l'acqua entrare nei polmoni, mentre ostinato stringi i denti.
Cercare l'armistizio e voler mantener saldi i principi.
Perchè arrivi ad un punto e pensi che la cautela possa essere messa in pausa, pensi che non ci sia ragione per quella ostinata prudenza, non un motivo per qull'abrogazione di parole...
una passione che travalica la calma melmosa e densa.
Una passione che travalica imperturbabili dislivelli.
Vuoti.
Una ennesima deriva che non manca di scolpire i fianchi.
E poi solcare con i polpastrelli il tramonto.
Come angoli concavi e convessi di un corpo nudo al quale per pudore non si osa avvicinamento impulsivo, sottolineo con lo sguardo e indago alla ricerca di una penetrante assonanza.
In un concentrato in prosa, sfoglio le mille linee della mia figura.
Mi hanno chiesto cosa penso dell'AMORE...
cosa penso di ciò che credo di conoscere ma forse ignoro;
Cosa penso di un corpo che è abbandono e pianto;
Cosa penso dei pensieri umidi che annegano la mia razionalità ;
Cosa penso di una parola che trattengo con ipocrito rispetto;
Cosa penso di un volto che sento di volere accanto al mio risveglio...
Cosa penso? Ho provato a cercare una risposta, ho graffiato la roccia delle mie impavide e paventate certezze, ho strappato le mie stesse unghia nella foga dell'atto...ma dimentica del movente ho leccato le ferite, lasciando alla roccia la risposta.
Io amo.
Amo tutto ciò che è tagliato a fil di terra. Amo le cose che leggo sbirciando sui libri altrui in metro, amo l'odore delle strade di roma che si confondono nei labirinti dei miei pensieri, amo alzarmi la mattina e buttarmi in una calda giornata di marzo, amo...se è questo che vuol dire amore.
e mi sorrido quando allo specchio mi racconto di miei fugaci abbandoni, quando sorseggiando un Foradori non mi trovo davanti la persona che vorrei, quando inciampo su un Goethe dimenticato accanto al letto...
sorrido e credo di dovermelo. Sempre.
Ed anche questo è amore, poi.
Forse non è questo quello che si voleva sapere...eppure oggi son così...leggera.
E leggeri sono i pensieri, leggera io, leggero il lavorare di sabato da sola con l'odore di primavera che entra in ufficio...
Leggera...
Rotolo nel fango attenta all'abito nuovo.
Io son quella capace di mettere il rimmel con gli occhi ancora lucidi di pianto, di distruggermi con fare imperturbabile, di ancheggiare volendo far passare inosservato il mio sedere, di sporcarmi le labbra di cioccolato senza averne mangiato...
animo complesso nel riflesso che restituisco allo specchio. Campionario di imperfezioni impercettibili o solo cancellate con doppio strato di fondotinta.
Mi ritaglio il tempo di pensarci mentre ingoio l'aria umida di Roma. Primavera che tarda ad arrivare, ma che già sento nei sapori che rumino ancora un po'...
Mi siedo all'origine della sensazione, ricerco parole scritte al margine in contrazioni filosofiche costanti.
Abbasso lo sguardo e guardo la miniatura delle mie mani.
Le guardo ancora, anche se non crescono.
Le guardo ancora...ed ora vorrei regalar loro un viso da accarezzare.
Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto un’isterica.
- A. Merini -
aggiungo me stessa all'immanente. Io valore aggiunto al vedere, io parola, sguardo, sospiro. Io strappo, io salata lacrima sulle mani che stropicciano occhi che vorrei avere per piangere. Ma non piango. perchè io non sono stata educata all'abbandono. Io trattengo l'aria. Ingoio il rancore. Respingo la sfida. sfilaccio i ricordi cercando di studiarne la trama. Ma la trama non è racconto. è radice, è struttura. Mentre io sfilo e destrutturo. Potrei abbandonarmi in un urlo o in un sospiro. Forse dovrei. O forse dovrei più astutamente rimuovere ciò che ora genera vulnerabilità . una rimozione di appartenenza. Capace di eliminare per abbondanza ciò che è ruggine sul corpo, ossidazione e stagnante passione.
Stagnante passione. Che so di covare. Non so come prosciugare. non riesci più a far ribollire...
e poi, mentre io scrive questo, tu mi sorprendi.
e riprendi