Non gradisco le sinergie insipide come gli hamburger vegetali.
Non gradisco i vini che non siano autoctoni.
Non gradisco sentirmi nella necessità di dover fare.
Non gradisco mangiare in orari assurdi.
non gradisco essere nella condizione di attendere.
Eppure ieri ho mangiato hamburger vegetali.
Li ho accompagnati con un vinello spagnolo.
ero nella condizione di dovermi fermare in un posto, non per mia scelta, ma per senso del dovere.
Ho aspettato per mangiare le 22,30 (dopo aver pranzato solo con una piadina).
Aspettavo cose che non si sono rese nella condizione di essere.
eppure avrei voluto dilatare il tempo. Avrei voluto che quelle confidenze tra semi estranei, ci rendessero meno estranei. Avrei voluto che il vinello spagnolo accompagnasse ancora per un po' la descrizione di quelle due nostre vite declinate al femminile. Avrei voluto...ma, ciò che è stato, si è reso sufficiente a se stesso.
Con quello che di più delicato questo può significare.
Con quello che di meno pratico, se ne sarebbe potuto rintracciare.
Un incontro. Una amicizia al suo primo verso.
e del primo verso, ne conserverà il bagliore.
Vivo in una casa che non pago.
E pago una casa in cui non vivo.
Contradditorietà della mia vita.
Son tornata, prima delle ferie, a vivere nella vecchia casa. quella con il lungotevere smagrito fuori dalla finestra, quella in cui sei al concerto anche senza andarci, quella del mio lettone coperto di srisce perchè i sogni a volte sanno incarcerarmi a volte sanno farmi camminare sull'arcobaleno.
Son tornata.
E a me i ritorni piacciono.
Anche se mi muovo con più cautela. Quasi avessi paura di rompere il ricordo della "fu betazed", quasi avessi paura che i miei piedi scalzi possano stridere con i rumori di una casa che non mi riconosce più.
Eppure è bello riconoscere gli odori: aprire la credenza e assaggiare tonalità di gusto conosciute. Chiudere gli occhi per vedere se si ricorda ancora la disposizione dei barattoli. Frugare nel frigo nella certezza che non mancherà almeno un piccolo resto di mozzarella affumicata.
Eppure è strano rigirarsi nel letto e cercare di adattare nuovamente il proprio corpo ad una consistenza ormai persa dal senso dell'abitudinario. Strano è non trovare già il proprio spazzolino tra quelli disposti nel bagno; strano dire "casa vostra", quando "casa mia" è stata.
Eppure son contenta che così tanto abbiano cercato il modo per riavermi qua anche se per pochi giorni.
Le cose mutano ed io faccio fatica a stargli dietro.
Non son mai stata una gossa sportiva, ma queste corse forsennate, questi salti pindarici, questi tiri di giavellotto mettono a dura prova milza, gambe, fiato.
Stavo scrivendo il mio post. Eccolo:
Altro che sull'uscio. le porte, alla prima folata di vento, sbattono. Io, con ancora l'aria scossa a farmi svolazzar l'ultimo centimetro di rimmel rimasto, io incredula, io, a tratti, delusa e perplessa.
Sono abbastanza cinica per capire.
Abbastanza realista per razionalizzare le cose.
Ciò che manca, ciò che sento mancare è la dignità nel gestire le cose.
Archiviare qualcuno tra i personaggi del passato remoto, per me, vuol dire farlo con garbo, nell'estremo rispetto di ciò che si è condiviso, nella certezza di potersi sempre guardare negli occhi.
I miei personaggi del passato remoto (siano essi compagni di classe, il prof di latino - incubo delle mie notti, i miei ex-ragazzi...)non portano mai con loro nessuna forma di rancore.
E questo mi piace.
mi fa star bene.
La dignità è sempre restituitas da un confronto di dignità proporzionale al rapporto con essi avuto.
questo credo sia importante.
questa sono io.
Devo srivere un ulteriore post di rettifica che corregga il precedente:
Le porte sono aperte. Sono io che non ho saputo vederle. Ma la sensazione dello sbattere. La sensazione delle chiavi nella porta blindata. la sensazione claustrofobica...le conservo.
Come dono.
come preannuncio ed eco.
come monito.
come sale.
E' uno sliding door quello che vivo.
Una doppia vita in cui muoversi, esserci o nascondersi.
Porte scorrevoli, porte blindate, porte finestre...ma comunque porte. Aperture o fessure verso ciò che non si è scelto o si sta per scegliere. Ecco la mia momentanea condizione: in bilico.
Sull'uscio.
Uno sguardo ai due luoghi che essa separa.
La certezza di essere in nessun luogo.
La voglia di arrivarci.
L'incertezza e la paura.
L'adrenalina ed il trasporto.
lo stomaco ha una stretta.
tu ne ignori senso e dinamiche.
Vivi l'attesa, succhi la fugacità dell'attimo e continui a desiderare di possederne l'intellegibilità .
Non è dato.
Aumenta la significazione che se ne attribuisce e si dilata la ferita creata dall'incertezza.
Manco della cosapevolezza.
Sono ridondante di Assoluto.
attendo sul balcone.
Incrocio moderno tra Giulietta e Paperoga.
Attendo e non rinuncio alla possibilità di sorridere.
Sorrido per l'ironia che è nelle cose. Per la sorpresa e l'imbarazzo. Per l'aneddoto che domani potrò raccontare e che oggi spalmo sulla mia giornata.
Sorrido perchè la vita ha sempre più fantasia di me.
Sempre. E non rinuncia a ricordarmelo.
Programmi del giorno sono la visita ad una mostra, trasferta in stazione a prendere Silph che resterà quì da me questa notte, aperitivo di chiacchiere e ragguagli circa le ultime novità e poi una cenetta come ai vecchi tempi. Come quando ci si preparava, con uno Zonin e pasta - che irrimediabilmente perdeva la cottura nel tempo dell'ultima confidenza -per andare al Domus o al kandisky.
Programmi del giorno...parzialmente saltati.
Mi muovo in casa con incauta disattenzione, lascio che l'aria spazzi via pensieri della notte e...porta di camera mia che, con fragore, sbatte lasciando cadere la maniglia.
Io all'interno.
Mi ostino per un po' a giocare con la maniglia come con i mattoncini Lego. Ma come con i Lego...c'è sempre un pezzetto che manca.
Unica soluzione: chiamare i Vigili del Fuoco.
Attendo il loro arrivo alla finestra.
Necessitano del cestello per salir su. e mentre il viso del vigile prende forma, avvicinandosi, la mia risata diventa sempre più convulsa.
Rido ancor di più quando mi dicono che si aspettavano una ottantenne rincretinita..."perchè queste cose di solito capitano solo a loro".
Ma forse in questa situazione è uscita l'anima della signora bigotta del primo piano (quella del mio condominio interiore)
...peccato che io fossi al quinto!!!
(ndr. specifico per Oir che non è la parafrasi del mio poemetto lirico!!!)
Bello aprire gli occhi alla fine di un sogno.
Bello apparecchiarsi la tavola per fare colazione ascoltando Nick Cave, Tom Waits & the bad seeds in a What a Wonderful Word.
Bello farsi una doccia non nel tempo sincronoizzato dell'uscita del caffè dalla moka. Bello aver consapevolezza dell'acqua che scorre sulla pella e bello gironzolare per casa tra l'asciutto ed il bagnato, lasciando la solita scia di muschio bianco e tracce lungo il percorso dei miei spostamenti.
Bello mettersi in terrazza, tra la piscina gonfiabile e il tavolino di plastica (che ancora ha i postumi dell'ultima goliardica cena), rapendo l'energia positiva del sole. Bello farlo con un buon libro in mano ed una sana protezione solare addosso. Bello uscire alle 13:00 per far la spesa. Camminare e vedere e vedere i luoghi che costeggiano la mia nuova dimora: scoprire il viso sorridente del Tabaccaio, fermarsi a parlare con una ragazza del suo spettacolare Pinscher nano, sbirciare tra le persiane dei vari piano terra e rifuggire le ventate di aria condizionata che esplodono da qualche ristorante.
E poi entrare in negozietti improponibili, cercare di memorizzare la topografia della disposizione delle bancarelle di cingalesi, disposte come a creare una composizione alla Seurat, scoprirsi attratta dall'odore che esce dal panificio come da un richiamo ancestrale..
Bello fermarsi. Potersi fermare e pensare.
un risveglio...che sembra ancora un sogno.
Vorrei far scioperare le parole.
Perchè tanta indifferenza non mi lascia indifferente.
Perchè tanta sfacciata noncuranza mi indigana.
Ecco allora che le parole potrebbero lasciare spazio a smorfie di disapprovazione, ma poi esplodono.
invece di implodere.
Poi gridano. Battano i tacchi. Si riorganizzano per ruggire rabbia.
bus 492, ore 8:00.
poca gente. Quella necessaria ad occupare i posti a sedere. io unica ad occuparne uno in piedi. Ma non importa: ho imparato a leggere anche così ed ora poi ho in mano un libro che mi cattura. Non sarà una frenata ed una perdita del rigo...a farmi andar storta giornata e lettura.
Poche fermate dopo la mia, mi si affianca una donna. Donna occidentale con embrione di donna o di uomo dentro. Noto infatti un pancino che, altezzoso, si fa strada sotto la maglietta bianca. Mi incanto a guardarlo.
Poi alzo gli occhi. Cerco qualcuno - ne basterebbe solo uno - che si alzi per far posto alla ragazza.
Nulla.
bLa cosa mi indispone. Ma dopo qualche fermata, la donna scende ed io opto per la rimozione dell'evento e la ripresa della lettura.
bus 492 (senso inverso), ore 19:00
troppa gente. Troppa poca aria e inesistente aria condizionata. Sta volta non sono l'unica in piedi. In compenso io ho conquistato l'angolo. Sono in piedi, ma posso appoggiare la schiena. Dopo una giornata curva sul pc, anche queste son soddisfazioni!
Due fermate dopo. Sale un americano (credo!) con le stampelle. Beh, non avrà il 66% di invalidità , ma mi aspetto che qualcuno lo faccia sedere. La lettura può aspettare: devo godermi la scena. Nulla. L'assetto del bus non viene sconvolto dalla sua entrata in scena e lui si limita a sbuffare (gli fa onore l'educazione!).
Metà percorso. Sembro inseguita da donne con il pancione, oggi. Eccone un'altra salire sul mio bus. la storia si ripete. Io, dal canto mio, posso offrirle solo il "mio angolo"...lei sembra già felice.
Io invece non lo sono.
sono incazzata.
Con gli italiani.
Con i falsi ideali.
Con chi chiude gli occhi.
e con chi non li ha mai tenuti aperti.
Inalo i miei stessi rimandi retorici e le allitterazioni che pronuncio. Un botta e risposta con lo specchio.
Parole lacerate e scarne. Parole vicine all’afasia, le sue.
Mentre io lascio tracce su carta carbone. Tracce di memorie e passione. Tracce che compongo come irrequiete storie, parabole o iperboli umane.
Tracce che sorrido nel veder interpretare. Tracce che, individuate, diventano percorso.
Percorso che ora non manca della possibilità dell’ancora, non manca del ripetibile.
Percorso che non manca di esser esso stesso traccia.
mi chiedo: se il tuo uomo è un parrucchiere dovrai mica stare attento alle ultime tendenze in materia di frangia, acconciature e colori?
mi chiedo: ma se il tuo uomo fa l'istruttore di scuola guida mica ti metterà al volante e nel traffico della capitale ti inizierà a chiedere di rispondere ai quiz nel mentre sei impegnato in una partenza in salita con sorpasso a sinistra del solito motociclista che non si ricorda la domanda 7 dei quiz con riferimento ai sorpassi?
mi chiedo: se il tuo uomo è un chirurgo maxillo facciale, mica starà sempre a guardarti per vedere quando è il momento di rifarti zigomi, tette e culo?
mi chiedo: se il tuo uomo è un prof di latino e greco mica ti chiederà il congiuntivo secondo le regole della consecutio temporum e la storia del de bello gallico?
mi chiedo...
ma non mi rispondo.
"ché è meglio!!!", direbbe uno dei Puffi del quale non ricordo l'entità !!!